Trekking fotografici

Quel giorno di 50 anni fa

di: Mirko Sotgiu

Era una giornata di sole il mercoledì 9 Ottobre 1963, una di quelle che sembravano una giornata d’estate, dove i ragazzi invece di andare a scuola si portavano su, la nei pascoli a godere della splendida aria. La sera in paese, era pieno di gente, nei bar tutti assieme a guardare una partita di calcio Ranger Glasgow contro Real Madrid di coppa campioni alle 10 si sera. Nella piccola “Milano”, giovani con motorini scendevano per andare al cinema o comprare un gelato. Molti abitanti invece erano già a letto. Dal rumore della cittadina al silenzio delle valli, lassù nella gola, la montagna purtroppo non riposava. Un boato, “è un temporale”, la luce andò via, l’aria umida, “si è un temporale, guarda la i lampi”. Quella che arrivava da lassù era una strana aria umida, portata da un forte vento e mischiata alla polvere, una pioggia che sporca i vestiti, che “cava il respiro”. Il vento era strano, non era a folate come in un temporale, era continuo e sempre più forte. Qualcosa spinge quel vento, intanto tremavano le pareti per la forza degli elementi, tutti scappavano, chi a svegliare i genitori, le mogli, chi prendeva l’auto il motorino e cercava una via lontano da tutto quanto stava accadendo. Un rumore come quello di un treno merci in arrivo, il vento così scoperchiò i tetti. I camini si agitavano come banderuole e cadevano, non era più possibile resistere in piedi, un terremoto della stessa intensità provocata da due bombe di Hiroshima, il vento era come aria compressa spinta da un convoglio che sta entrando in galleria. Una forza tale da annientare qualsiasi cosa si trovasse sul suo percorso, uomini, animali, auto, camion, case intere, nel giro di pochi minuti.
Dalla gola dopo il vento esplosivo, terminò la distruzione un muro d’acqua alto come un palazzo che cadde su tutto il paese ad una velocità di 70 chilometri orari. Un impasto fangoso che portava con se tutti i sassi del fiume dove era saltato come un onda, una pioggia pesante che sbriciolava tutto ciò che incontrava. Chi aveva preso la via della montagna venne raggiunto dall’acqua, fino a travolgerlo, alcuni tenendosi agli alberi, ai muri, riuscirono a resistere alla forza che li voleva trascinare via. Di quello tsunami mezz’onda risalì la valle dondolando e spazzando tutti i paesi, l’altra mezza prese la via del mare passando per Ponte delle Alpi e poi Belluno, alta ancora 12 metri. L’onda che prima aveva risalito la valle, ora scendeva, dopo quindici minuti, spianando e riempiendo con il fango tutto ciò che era stato cancellato dalla prima, facendo del paese di Longarone una piatta distesa, un deserto di sassi, fango. Da quel momento il silenzio, nella notte, solo il rumore dell’acqua che scorre in quel che rimane del suo bacino.
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Ponte Tubo, diga del Vajont, Erto, Casso, Italia

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Sono passati cinquant’anni da quello che può considerarsi uno dei disastri e stragi colpose più grandi che il manufatto dell’uomo possa aver causato. Stiamo parlando del Disastro del Vajont il 9 Ottobre 1963 balzato alle cronache ancora recentemente, perché di questa vicenda dopo tanti anni e processi ci sono ancora informazioni rimaste nell’ombra oscurate da chi, per interesse e superficialità ha voluto nei mesi precedenti il disastro continuare il progetto della diga e terminare la colma dell’invaso, azione che causò la frana del Monte Toc.
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diga del Vajont, Parco Dolomiti Friulane
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La diga del Vajont è da considerarsi ancora oggi un capolavoro dell’ingegneria idraulica, tanto che nonostante la forte pressione esercitata dalla frana, il coronamento è rimasto pressoché intatto. Infatti il problema non fu la costruzione in se della diga, quanto della scelta della località. La valle del Vajont era un orrido profondo che permetteva la costruzione di un muro alto 261m il più alto al mondo per l’epoca. L’invaso a regime poteva contenere 168milioni di metri cubi d’acqua, purtroppo, come già all’epoca avevano segnalato alcune perizie tutta la parte a sud dell’invaso, le pendici del monte Toc, poggia una antica frana. Ed è stata proprio questa antica frana, con le continue sollecitazioni di svaso e rinvaso del bacino, a riattivarsi e scendere alla velocità di 100 Km/h precipitando dentro il lago alzando un onda di 250m dall’altro lato della valle. Un onda divisa in tre parti che lambì Casso portando sassi, senza provocare feriti, una seconda spazzò via le frazioni di Erto risparmiato quest’ultimo da uno sperone roccioso. La terza onda quella più distruttiva, di oltre 50 milioni di metri cubi, scavalcò il coronamento della diga e piombò in quattro minuti sull’abitato di Longarone, provocando 1900 morti.
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Sia il figlio del progettista della diga Edoardo Semenza, che il geo tecnico Leopold Müller giunsero alle conclusioni che sul Monte Toc giaceva una paleo-frana sostenuta da uno strato di argille conosciute come miloniti. La forma della frana è a “M” forma che è possibile ancora notare oggi.
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disegno a "M" del distacco della frana del monte Toc, Parco Dolomiti Friulane
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Nonostante gli avvertimenti dei geologi, vennero decise le prove di invaso fino a quota 700m, considerata dai test su modello “di assoluta sicurezza”. Nel Luglio del 1962 sia ad Erto che a Casso gli abitanti sentono boati venire dalla montagna, il presidente della provincia di Belluno si recò a Roma, senza successo dichiarando “Ci troviamo di fronte a uno Stato nello Stato. La Sade rappresenta una potenza contro la quale è difficile lottare e vincere”. La Sade prima della nazionalizzazione nel 1963 era la società privata proprietaria dell’impianto.
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vista sulla diga del Vajont, frana del mote Toc, Parco Dolomiti Friulane
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Il 15 Settembre 1963 il Monte Toc iniziò a muoversi davvero, di ben 22cm. I tecnici ora dell’Enel decisero di svasare la diga rapidamente, nonostante l’ammonimento del geo-tecnico Müller. Infatti svuotare rapidamente il lago avrebbe causato l’aumento dei movimenti della montagna. L’acqua a quota 700m aveva fluidificato lo strato di miloniti che ora non erano più in grado di fermare lo scivolamento. Nonostante questo era il lago stesso a sostenere la frana come un muro. Arriviamo cosi ad Ottobre 1963, lungo le strade comparirono buche, larici ed abeti si inclinano verso il basso. Il 7 Ottobre il sindaco di Longarone Guglielmo Celso contattò la prefettura preoccupato di quanto stava accadendo, ricevendo l’invito a non creare inutili allarmismi.
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ponte tubo, diga del Vajont, Parco Dolomiti Friulane
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La mattina del’8 Ottobre il Monte Toc sembra non volersi più fermare, nella notte precedente si sposto verso valle di dai 57 ai 63cm cosi il direttore della diga Alberico Biadene decise di svasare ulteriormente per scendere ben al di sotto di quota 700m. Oramai non c’era più nessun dubbio, il monte Toc stava franando.
Arriviamo quindi al 9 Ottobre, oramai tutti allarmati, si susseguono tutta una serie di telefonate fra direttore, capo cantiere poi utilizzate come prove nei successivi processi. Alle ore 22:15 il geometra Rittmeyer di turno telefona a Biadene, segnalandolo dell’attuale situazione “Ingegnere, qui non si vede alcun franamento”. Una telefonata ascoltata da una centralinista a Longarone, fra Rittmeyer e l’officina MEC: “Potrebbe esserci una piccola frana, con una modesta fuoriuscita d’acqua”. La centralinista intervenì nella discussione chiedendo se a Longarone potessero stare tranquilli. Rittmeyer rispose: “Dormite bene”.
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Alle 22:39 i duecentosessanta milioni di metri cubi di roccia non più sostenuti, precipitarono nel lago del Vajont.
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La storia del Vajont è una storia che a distanza di cinquant’anni porta ancora molte ferite e fa parlare ancora di se. Nonostante questo monito dalla montagna nel nostro paese, per interessi e superficialità si continuò a costruire e si progettano ancora oggi grandi opere, con la fretta del ritorno economico soprassedendo le richieste su cosa davvero possano servire queste opere alla comunità. Il disastro del Vajont è proprio l’esempio catastrofico di quanto accade a livello politico e burocratico nel nostro paese.

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Notizia degli ultimi giorni di Settembre è quella delle rivelazioni al quotidiano il gazzettino. Secondo i figli, il notaio Chiarelli, fu testimone di una conversazione dei dirigenti della diga, i quali programmavano uno svuotamento che avrebbe causato una frana controllata. Il resto potete leggerlo sul Gazzettino.
http://www.ilgazzettino.it/vajont/vajont_denuncia_choc_frana_pilotata_cera_un_piano_per_farla_cadere_gi/notizie/332286.shtml

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Su Focus potete leggere la storia cronologica degli eventi. http://dentroilvajont.focus.it/
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Vajont 1963 – 2013 – Corriere delle Alpi
http://temi.repubblica.it/corrierealpi-diga-del-vajont-1963-2013-il-cinquantenario

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Vi ripropongo la visione di questo spettacolo andato in onda sulla RAI il 9 ottobre 1997

Prima parte
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Seconda Parte
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