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La montagna maledetta

di: Mirko Sotgiu

Entrèves è un piccolo villaggio di pastori in fondo alla Valle D’Aosta. Si è a conoscenza che nel 1300 iniziarono una serie di freddi inverni ed fresche estati, da quell’anno, infatti le cime delle montagne iniziarono ad essere perennemente imbiancate.
Con il passare dei decenni, i ghiacci che prima erano sospesi, iniziarono a riversarsi verso le valli. Un’immensa coltre di gelo, quindi, iniziò ad inghiottire prima i pascoli, poi i boschi , infine gli alpeggi, coprendo chilometri di terre, l’inizio della piccola era glaciale.

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Secondo gli abitanti dei villaggi limitrofi ad Entrèves, le mortali valanghe, i ghiacci in espansione, le rigide temperature, erano dovute a dei demoni che dominavano la valle dalle vette delle montagne.
Quelle montagna così guadagnarono il nome di “Mont Maudit”, Montagne maudite, o singolarmente “montagna maledetta”.
La montagna maledetta iniziò ad inghiottire le certezze del popolo valdostano, i pascoli, le terre da coltivare, compresi i villaggi d’alta quota. Una montagna che non si accontentò dei territori ma iniziò a mietere anche vittime tra la popolazione.

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Stregata dai demoni, la montagna maledetta, aveva inghiottito tutto ciò che la circondava.
Gli abitanti della Valdigne, terrorizzati, cercarono per anni, invitando diversi prelati, di scacciare i demoni che vivevano arroccati in cima alla montagna maledetta, senza però trovare successo.
Arcipreti e canonici cercarono invano di prodigare esorcismi, ma non ebbero alcun effetto sui demoni se non quello di peggiorare le cose. I ghiacci stringevano sempre più i coltivi, avvicinandosi pericolosamente ai villaggi, i demoni continuavano traquillamente le loro sarabande fin giù in paese.

Un giorno un contadino, mentre saliva in alpeggio con la sua vanga, si imbatté in uno dei diavoli della montagna maledetta, che zoppicando tentava di risalire dalla Val Veny. Questo diavolo si era preso un storta in una delle sue ultime scorribande nel fondo valle, cosa che incuriosì molto il contadino non avvezzo in materia di demoni infernali. Il diavolo dal suo canto, studiò il contadino, ritenendolo piuttosto ingenuo nel prestargli un bastone per sorreggersi.
I due iniziarono una discussione, il contadino curioso, chiese al demone com’era possibile che i demoni fossero capaci di resistere a quel freddo in cima al monte maledetto. Il demone fece capire che per i diavoli non era assolutamente diverso un inferno di ghiaccio da uno di fuoco, loro stavano bene in tutte le condizioni estreme.

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Il contadino, così ingenuamente, rispose che era quello, sicuramente, il motivo per cui i prelati non erano stati in grado di allontanarli dalla valle.
Il diavolo in quel momento sbottò riferendo al contadino che la ragione era ben altra. “Quale?” rispose il valligiano, “forse i prelati non conoscono bene il latino?”.
Il demone rispose che nemmeno il latino era il problema, bensì erano i preti. Tra i molti canonici saliti fin lassù, rispose il diavolo andandosene, nessuno era da considerarsi senza macchia e puro.
Il contadino rientrò in paese ed iniziò a discutere con gli altri valligiani dell’incontro avuto in Val Veny. Dopo lunghi dibattiti e discussioni, sulla scelta del prossimo prelato, esorcista, da invitare in valle, ad un pastore venne in mente un frate cercatore del convento di San Francesco di Aosta.
Questo frate era un uomo limpido e semplice, sempre vissuto nell’ombra e nell’umiltà. Costui alla richiesta dei valligiani si rifiutò di esorcizzare i demoni della Val Veny, era un impegno non all’altezza delle sue capacità, non avrebbe avuto le forze.

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Gli abitanti della Val Digne, per la risposta, non si scoraggiarono e per vie traverse, con l’aiuto del superiore del convento, riuscirono ad obbligare il frate pur di portarlo addirittura a cavallo fino in valle.
Il frate protestò durante tutto il trasferimento, invocando il Cielo, perdono per il gesto superbo quale era costretto a sottostare.
I diavoli vedendolo arrivare, intuirono la purezza di cuore dell’eletto di Dio, una forza irresistibile di cui temevano combutta. Dalla rabbia cercarono di capire quale sarebbe stato il modo di cacciarlo per poi continuare le loro sarabande.
Quando furono convocati dal frate, i diavoli cercarono di mandarlo via con scherno, apostrofandolo di alcuni furti e quindi di aver macchiato la sua purezza.
Prontamente il frate per ogni affermazione dei diavoli, aveva una giustificazione plausibile e veritiera che lo scagionava, come per esempio quella volta che rubò un grappolo d’uva.
Il frate confessò: “si è vero presi quel grappolo” battendosi sul petto, “ma lasciai una monetina sul muretto della vigna”, “il grappolo fu dato ad un fratello malato che aveva il desiderio di mangiarlo”.

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Comunque il frate, umilmente, disse ai diavoli che si sarebbe confessato a ritorno, visto che non chiese prima il permesso per tale atto. Terminò, rivolgendosi al Cielo, leggendo una preghiera per scacciare quei diavoli, avendo compassione per le povere genti che dovevano coltivare i campi rispettando le leggi del buon Dio.
Alla fine della preghiera i diavoli, sconfitti, dal cuore puro del frate, con la coda moscia, il capo chino, scapparono tra le rupi, cercando anfratti per rientrare nell’inferno.
Da quel giorno i demoni non misero più piede in Val Veny, le turbe maligne non devastarono più la valle.

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Il monte maledetto, conosciuto nelle carte anche come Mont Malet, Mont Maudit, Mont Malay o Montagne Maudite, viene indicato con molta precisione nelle carte già dal 1600.
In un breviario del XVI secolo, conservato nella cattedrale di Aosta, si cita la posizione del Mont Malet: “Entres les quadres diocèses -Oste, Genève, Tarenthèse et Ljon- estant bien renclus”.
La stessa posizione più tardi, nella metà del 1700, ad opera di un ottico ginevrino intento nel promuovere la valle di Chamonix, il Mont Malet viene nominato per la prima volta “Le Mont Blanc”, il Monte Bianco.


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